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L’inverno è la stagione dell’influenza, dei nasi che colano, della tosse insistente e della condensa virulenta sui finestrini degli autobus, la mattina.
Nonostante ciò, da anni non riesco ad assentarmi dal lavoro per malattia. I colleghi, intorno a me, vengono decimati da esotici virus (cinesi, coreani, australiani o guatemaltechi), mentre alla sottoscritta tocca arrivare in ufficio, tutte le mattine, senza neanche una linea di febbre o un accenno di squilibrio intestinale.
Sono la gioia dei datori di lavoro, l’orgoglio di Brunetta, la morte dei farmacisti.
Desiderosa di passare qualche giorno a letto, lontana dalle incombenze professionali, le ho provate tutte: ho baciato i figli piccoli e malati di qualche amico –superando la mia famosa allergia ai bambini-, ho provato a passeggiare poco vestita sotto la pioggia, ho monitorato gli status di facebook di tutti i miei amici per scoprire chi era influenzato e chi poteva passarmi qualche bacillo. Niente è riuscito a farmi mancare al timbro del cartellino, l’indomani.
Il mio corpo si rifiuta di ledere gli interesse aziendali.
Ed io lo stimo, per questo.
Ma sarei così felice se potessi passare qualche giorno a casa, presentando soltanto un certificato di “ottima salute”.
Dania
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